non ricordo con precisione che giorno fosse: fu un giorno importante, quello è sicuro.
al mattino successero un paio di cose gravi, forse tre.
troppo gravi da sopportare a tredici anni e mantenere un briciolo di correttezza mentale.
al pomeriggio non so come presi la decisione.
ma feci una certa cosa.
ovviamente quell’azione non andò a buon fine, come è testimoniabile dalla mia presenza qua, su questa terra, a vagolare senza particolari sussulti.ma questo è il perché, non il percome.
è il perché quel pomeriggio, avendo già cominciato a fare quella cosa che in teoria mi doveva togliere molte incombenze e problemi e pensieri, nonché il mestiere di vivere, suonò il campanello.
suonava il campanello per una recondita questione di privacy tutta torinese, mai più trovata in altri luoghi.
suonava il campanello e poi apriva la porta con le sue chiavi.fece così anche quel pomeriggio.
aveva in mano tre pacchetti incartati autodafé, lo scotch spezzettato coi denti e messo a seguire i lembi colorati e natalizi. ricordo questo, sì: non era natale eppure sulla carta c’era babbo natale. il riciclo sabaudo.dopo un po’ di cose atte a sistemare quel che era iniziato, a terminarle in maniera logica e consequenziale per assicurarmi almeno altri settanta od ottanta anni di permanenza tra la civiltà, mi scartò lei i pacchetti.
il primo con calma e cura, per non rovinare la carta. magari riciclarla. col secondo pacchetto si rese conto della stupidaggine del lisciare i babbi natale. il terzo lo stracciò con impazienza.
erano tre libri oscar mondadori, di Cesare Pavese. tutti e tre con le note biografiche, lo schema di cosa accadeva durante gli anni salienti dello scrittore. le pagine un po’ farinose tipiche degli oscar d’allora. il prezzo, in lire, coperto da un adesivo della libreria alla crocetta.
mi abbracciò e mi disse che non avremmo fatto pettegolezzi.
capìi solo dopo cosa intendesse.la libreria, ho visto l’anno scorso, parcheggiandovi davanti, ha chiuso.