August 27, 2009
  • Vorrei appartenere alla terra in una qualche profonda maniera


    Una domenica d’ottobre, provenendo da Catania, atterrai all’aeroporto di Caselle in piena alluvione. Io e un altro facinoroso trovammo un taxi disposto ad accompagnarci al di qua della Dora quasi straripante, poi attraversammo il ponte a piedi, al di là del quale alcune auto di privati cittadini facevano la spola per portare gli sfollati come noi in centro città. Giunta a casa, cambiai in valigia le canotte catanesi con qualche maglia pesante, e presi il treno per Verona. Totale, intorno a mezzanotte ero a Trento (again) a letto con un tizio che era poi il pretesto di tutto lo sbattimento e di cui non mi fregava un accidente: in realtà non sopportavo l’idea di essere bloccata a Torino, men che meno a Caselle, da un elemento esterno alla mia volontà. Con questo spirito, le cose più stupide le ho fatte per raggiungere due spiagge, una in Liguria e l’altra in Corsica. (se anche percorrere una venticinquina di km in bici, sotto il sole minorchino dell’una, può essere considerata una fesseria, allora mi basta risalire al giugno di quest’anno; era la replica della fesseria del giorno prima, in cui di chilometri ne avevo fatti solo venti.) A Mortola - con Namì, non ricordo perché non fossimo insieme - sbagliando un sentiero finii accanto ai binari della ferrovia; sotto - molto sotto - c’erano due belle spiagge, ma non sapevo come raggiungerle. Un terrapieno ripido partiva da un lato dei binari, sorretto da un muro alto cinque o sei metri; a un certo punto non c’era altro modo che passare di lì e così, aggrappata a una rete che per fortuna era sistemata in cima al muro, percorsi un venti metri, ciondolando con la schiena all’indietro e maledicendomi, fino a trovarmi su un terreno da cui arrivare alla prima spiaggia non era più impossibile, ma solo lungo e un po’ difficile. La gita fuori porta in Corsega fu invece più lunghetta, si trattò di una dozzina o più di km a piedi, in mezzo ai campi, tra gli arbusti, vestita di un pareo: arrivai in spiaggia con le gambe piene di graffi, il tutto per protesta nei confronti di chi guidava l’auto. Avevo tagliato per la campagna, seguire la strada asfaltata sarebbe stato troppo lungo. Nel tragitto privo di sentieri vidi delle strane ragnatele a imbuto, e circa a metà mi schiantai sotto agli alberi di una piccola radura. C’è chi davanti a un quadro vien colto dalla sindrome di S.; io, nelle isole, Pan me lo sento respirare intorno, mi meraviglio di non sentire un flauto (e infatti, a Minorca, pure quello ci stava) e vorrei appartenere alla terra in una qualche profonda maniera, sicché capita che mi lasci andare a varie considerazioni e atti più o meno conseguenti, se non a momenti di puro deliquio. Quel pezzo di Corsica mi ricordava, oltre che la Provenza e la Toscana (e il Monferrato, to’), anche la Grecia e, più avanti, verso la fine del cammino, l’interno secco e giallastro della Spagna. Così, sotto agli alberi, mentre riposavo, riflettevo sulla mediterraneità, e decidevo che la Corsica ne rappresentava il compendio. C’è una scena che amo nel film Orlando in cui la protagonista all’uscita da un labirinto si butta, prona, col viso nella terra; sulle isole del nostro mare, soprattutto su alcune, la natura non solo coinvolge tutti i sensi, ma fa sentire la contemporaneità di epoche passate, la presenza di un pastorello col suo gregge (e il suo flautino) o di un cavaliere in groppa a un destriero macilento. Una specie d’estasi, un qui e ora allargato, o forse semplicemente il prevalere dell’anima animale in una cornice di consapevolezza umana. Che poi, secoli fa, c’erano notti di luna piena in cui stavo sveglia, immaginavo di vagare per la campagna, e una notte, non riuscendo a concepire di tornare a casa, mi son dovuta coricare in una vigna. Se adesso lo scrivo è perché so che non mi capiterà di nuovo, questo è un poco un amarcord del tutto solipsistico. Anche la luna, poi, è strana da capire. Sabato qui a Torino era uno spicchio medio piccolo, mentre a pochi chilometri di distanza, a Druento, era grande almeno il doppio. Forse perché si stava arrivando al punto di congiunzione tra due mondi, nella forma di un teatro itinerante di centauri.

    Petarda, qui.

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    1. bartelio posted this