“Altrove mi pare di aver dimostrato che il corpus della poesia carveriana è percorso sin dagli esordi da una vena metapoetica che ne testimonia l’autoconsapevolezza e la mette al riparo da accuse di ingenuità e pretenzioso spontaneismo. Nel corso di una telefonata preparatoria della loro visita nell’aprile 1987, Ray mi chiese che ne pensavo delle sue poesie e quando glielo dissi in termini non dissimili da quelli usati qui, sentii nella sua voce un sollievo e una gioia genuina, quasi infantile, di chi aveva bisogno continuo di conferme esenti dall’adulazione, quasi per continuare a credere in quello che lui stesso sperimentava come il costante miracolo della propria creatività”.
Quando ho letto queste parole dalla postafazione di Riccardo Duranti, non solo traduttore ufficiale di Carver ma anche e soprattutto caro amico, mi è venuto quasi da piangere dalla commozione, come se non fossero passati più di vent’anni, come se questo mistero miracoloso potesse prendere vita ogni giorno, a ogni rilettura.
La Donna Camèl, a propòs di “intervista con raymond carver”, qui.