“No go paura de morir” disse con voce flebile. Ma le guance erano rosse come sempre, e nell’occhio stanco ardeva una luce febbrile.
Continuò: “Mi avevano detto che non sarei arrivato a febbraio, e adesso è marzo. Non so se arriverò alle elezioni, ma mi piacerebbe che Quello Lì andasse a casa”. Quello Lì era l’innominabile, il grande manipolatore, e la luce negli occhi erano i carboni ardenti della passione civile. Ero arrivato da lui con una coppia di amici che gli avevano portato un cesto di uova ruspanti, raccolte il giorno prima
nel pollaio di casa. “Uova partigiane”, dissero, mandategli dagli ultimi testimoni-protagonisti della Resistenza sulla Linea Gotica. Lui fece il baciamano a lei e diede la zampaccia a lui. Era contento. Poi disse: “Mi raccomando, non voglio pagliacciate ufficiali. Niente cori e discorsi. Che si sappia una settimana dopo”.
Uscendo, ci fermammo nel soggiorno inondato di sole e bevemmo un bicchiere con la moglie Anna e il figlio Alberico, una montagna d’uomo, assessore all’ambiente del Comune di Asiago. Il Mario continuava a mangiare in silenzio, in cucina, e noi promettemmo di tornare, l’estate, a fare il giro delle malghe, “perché lassù si gioca una battaglia importante”. Bisognava continuare il lavoro del vecchio, non mollare al cemento. Salutammo. Avevamo già addosso il suo odore, i suoi scarponi e il maglione. Poi salimmo verso l’Ortigara, fin dove la neve bloccò la strada. Eravamo felici.
Paolo Rumiz racconta Mario Rigoni Stern, da qui.