Del nostro tempo rubato, Perturbazione.
però vorrei voltare pagina.
non è la fatica è lo spreco
che mi fa imbestialire
non è la fatica, è lo spreco.
sarebbe bello ridere di noi
di tutto il tempo rubato
al nostro tempo a venire
sarebbe meglio ridere di noi
ma mi si stringe la gola
non riesco a dire
una parola buona.
Gil Scott-Heron, Me and the Devil.
(video splendido, non c’è altro da dire)
Anna Politkovskaya murdered on 7 october 2006. 3 years ago.
Chi sono io? E perché scrivo della Seconda guerra cecena?
Sono una giornalista, un’inviata speciale del quotidiano moscovita «Novaja Gazeta», e questa è l’unica ragione per cui ho visto la guerra in Cecenia: sono stata mandata sul campo. E non perché fossi una corrispondente di guerra o conoscessi bene questo conflitto, ma al contrario, perché ero solo una «civile». l’idea del direttore della «Novaja Gazeta» era semplice: il mero fatto che io fossi una civile mi avrebbe permesso di comprendere l’esperienza della guerra più a fondo di chi, vivendo nelle città e nei villaggi ceceni, la subiva giorno dopo giorno. Tutto qui. E così sono tornata in Cecenia ogni mese, a partire dal luglio 1999, quando l’offensiva di Basaev nel Daghestan ha spinto fiumi di profughi via dai loro villaggi montani, scatenando il conflitto.
Ho viaggiato in lungo e in largo per tutto il Paese e visto tanta sofferenza; la cosa peggiore è che molte delle persone di cui ho scritto negli ultimi due anni e mezzo ora sono morte. È una guerra terribile; medievale, letteralmente, anche se la si combatte mentre il Ventesimo secolo scivola nel Ventunesimo, per giunta in Europa.[Anna Politkovskaja, Un piccolo angolo d’inferno (2003), traduzione di Isabella Aguilar, Rizzoli, Milano, 2008.]
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Lo confesso: fino a ieri ignoravo serenamente l’esistenza di Herta Müller. Conosco a memoria molte formazioni di serie A e quest’anno purtroppo anche di B, so chi è Patrizia D’Addario, ma che Herta Müller fosse una scrittrice romena di lingua tedesca, perseguitata da Ceausescu e autrice del fondamentale romanzo «Il paese delle prugne verdi» mi era del tutto ignoto. Intendiamoci. Ogni tanto leggiucchio qualcosa anch’io. Per cui, se i saggi scandinavi avessero assegnato il Nobel per la letteratura a Cormac McCarthy o a Philip Roth, mi sarei sentito di colpo coltissimo, essendo scrittori di cui ho sbirciato le copertine nei ritagli di tempo lasciati dalla serie B e dalla D’Addario. Invece la scelta di Stoccolma mi ha sprofondato nello smarrimento. Dapprima mi sono auto-flagellato, dandomi del provinciale: in Germania la Müller è piuttosto nota e al festival di Mantova ha riempito la sala di fan. Possibile che la mia educazione letteraria non riesca a uscire dal ristretto cerchio degli autori di lingua inglese? Poi me la sono presa con i giurati: razza di snob che non siete altro, volete decidervi a premiare ogni tanto uno scrittore che ho letto anch’io?
Eppure domani in libreria ordinerò prugne verdi. In un mondo dove tutti non fanno che chiedere di essere rassicurati nelle proprie convinzioni, comprando i libri di chi già conoscono e cercando sui giornali le opinioni di chi già la pensa come loro, le scelte strabiche del Nobel servono almeno a questo, ad allargarci un poco la mente.
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